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Mi sono calato nell’ombra
fin nella spiaggetta deserta.
da poco, l’antica campana
ha battuto l’ultimo tòcco
e scorgo, di là delle cime
dell’opposta sponda del lago,
corrusco il bagliore d’incendio
dell’ultimo sole al declino.
Intanto, s’attenua la luce:
piano, in basso, sull’altra riva,
si va incupendo la montagna
con dossi color d’amaranto
trapunti dal brillar di faci.
discesi i consunti gradoni
della lunga scala petrosa,
io ritrovo i noti recessi
che mi hanno visto bambino
e ancora provo a ripetere
i gesti dei giochi d’un tempo,
tuffando la mano nell’acqua,
sentendo le viscide pietre
arrotondate e levigate
dallo sciabordare dell’onda.
Allora la schiuma perlata
mi parla con voci d’allora,
a me tanto care e perdute,
mi fa sovvenir di carezze
dissolte in passate stagioni,
mi fa percepire il concerto
d’un lieve fiottar di parole,
d’un tenue discorso pacato
che sento senza distinguere
nel piano stormire dei rami
per un fiato dolce di vento
e per l’acqua scura che parla
con la sua favella incompresa.
Poi, turbato fin nel profondo,
risalgo la scala di pietra,
uscendo fuori dall’incanto
e, gradino dopo gradino,
raggiungo la vita di sempre
perdendo per ogni gradino
un poco di quella malìa.
da
Emilio Montorfano - (Milano)
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